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Titolo: Diplomati all’Arroganza – L’Italia governata da chi non parla nemmeno la lingua del popolo

July 2, 2025August 2, 2025 By admin

In Italia, tra titoli gonfiati e curriculum in odor di santità, ci troviamo puntualmente governati da una classe politica che più che studiare ha imparato a sopravvivere, saltare poltrone, e recitare lo stesso copione da decenni. Ma non è il titolo di studio il vero problema: è l’incapacità di parlare (e capire) il linguaggio reale della gente. Vediamoli, uno a uno.


Ignazio La Russa. Un generale prestato alla Repubblica. Ex MSI, poi AN, ora presidente del Senato: pare diplomato in retorica marziale e nostalgismo. Parla latino meglio dell’inglese, ma l’unica lingua che conosce bene è quella delle cerimonie militari. Del popolo, ignora ogni declinazione.

Maurizio Gasparri. Un monumento all’immobilismo. Diplomato, poi laureato in Giurisprudenza, noto per i suoi tweet involontariamente comici e le sue comparse nei talk-show. Se fosse un canale TV sarebbe Rai2 anni ’90: statico, datato, ma ancora in onda per sbaglio.

Umberto Bossi. L’inventore della Padania e del vocabolario padano. Laureato in medicina, ha curato la Lega a colpi di slogan e ruspe. Oggi sopravvive come simbolo appeso al muro, mentre la sua creatura è finita tra rosari e mojito.

Matteo Salvini. Diplomato classico, ha studiato Lettere per anni ma mai laureato. Esperto in selfie e cappellini della Polizia. Parla inglese con l’accento delle vacanze a Rimini e promette sicurezza a chi ha paura, senza sapere cos’è una legge penale.

Giorgia Meloni. Diplomata in lingue, ma le usa solo per stringere mani a Bruxelles. Del popolo conosce solo il dolore da campagna elettorale. Governa parlando di “madre, Dio e patria”, ma obbedisce a NATO, UE e FMI. Altro che lingua italiana: è diventata esperta in dialetto tecnocratico.

Matteo Renzi. Il più brillante tra i venditori di pentole. Laurea mai completata in Giurisprudenza, ex boy-scout diventato rottamatore, poi restauratore del potere. Parla in corsivo, promette in grassetto, e scompare in nota a piè pagina.

Elly Schlein. Una laurea in Giurisprudenza, ma con le idee confuse tra identità fluide, sinistra liquida e popolo evaporato. Difende diritti astratti, ma non sa cos’è un turno in ospedale o una bolletta da mille euro. Sembra più interessata ai festival che alle fabbriche.


E adesso passiamo a quelli di casa nostra. Perché se a Roma ridono, in Sicilia ci lasciano piangere.

Totò Cuffaro. Medico di professione, ma resuscitatore politico per vocazione. Dopo la condanna e la galera, è tornato come se nulla fosse. La sua Democrazia Cristiana è una seconda vita per vecchi volponi in cerca di riciclo.

Renato Schifani. Avvocato di mestiere, presidente di Regione per disgrazia. Conosce bene le leggi, soprattutto quelle che permettono di non fare nulla senza risultare colpevoli. Con lui la Sicilia è un eterno cantiere aperto, ma solo per la sua carriera. Dice di conoscere la legge, ma sembra ignorare gli articoli dello Statuto Speciale della Sicilia: autonomia fiscale, potere legislativo e gestione diretta delle risorse mai realmente applicate. Uno Statuto tradito ogni giorno, utile solo come carta da parati nei palazzi del potere.

Gianfranco Miccichè. Il principe dei salotti. Laureato in Scienze Politiche, è stato ministro, viceré, ras di Forza Italia in Sicilia. Ma è più noto per le sparate e le assenze che per i risultati. Politicamente in via d’estinzione, ma ancora capace di alzare polveroni inutili.

Ismaele La Vardera. L’unico giovane, ex Iena, con un diploma e una telecamera. Urla molto, ma almeno prova a parlare di mafia e politica vera. Peccato che il suo show sembri spesso più costruito che autentico.

Carlo Auteri. Diplomato, ex Fratelli d’Italia, poi DC di Cuffaro. Si è fatto notare più per le minacce a La Vardera che per le proposte di legge. È l’esempio perfetto del politico che pensa di essere al bar, ma si trova in Parlamento.

Antonio Cracolici. Un veterano della politica regionale. Comunista ieri, renziano oggi, forse meloniano domani. Capace di stare al governo e all’opposizione contemporaneamente. Specializzato in dichiarazioni che non cambiano nulla.

Davide Faraone. Ex PD, poi IV, oggi boh. Specializzato in comparsate mediatiche e in frasi fatte. Parla di inclusione, ma non include mai la realtà siciliana. Uno di quelli che riesce a parlare cinque minuti senza dire niente.

Luigi Genovese. Giovane d’anagrafe, vecchio di potere. Erede della politica clientelare messinese, cambia casacca con la disinvoltura di un influencer. Non si sa cosa rappresenta, ma è sempre presente.

Giuseppe Compagnone. Presente in quasi ogni legislatura, trasversale come una macchia d’olio. Ha appoggiato più governi lui che Mattarella. Nessuno sa cosa dica, ma c’è sempre.

Roberto Di Mauro. Una vita nella politica siciliana, nessuna traccia nei ricordi della gente. Eppure c’è. Eppure vota. Eppure decide. Silenzioso ma dannoso.

Caterina Chinnici. Figlia di un eroe, ma troppo spesso utilizzata dai partiti come volto da esibire, senza mai darle reale centralità. Una presenza simbolica, utile a campagne elettorali più che a cambiamenti reali.

Luisa Lantieri. Esperta di equilibrio e alleanze, più che di contenuti. Cambia bandiera come un marinaio stanco. Politica camaleontica, utile solo per fare numero.

Salvo Giuffrida. Un nome che si aggira tra liste civiche e partiti di passaggio. La sua specialità? Promettere ciò che sa di non poter mantenere.

Cateno De Luca. Il gladiatore di Messina. Sindaco, candidato a tutto, padrone del proprio partito, leader carismatico e incontenibile. Urla, insulta, promette. Conosce la rabbia della gente e la cavalca, ma governa come un one-man-show. Alterna proposte valide a sceneggiate da teatro. Divide, urla, catalizza. Ma resta imprevedibile come un vulcano.

Deputati siciliani del Movimento 5 Stelle. Presentatisi come rivoluzionari, si sono rivelati integrati perfettamente nel vecchio sistema. Hanno scoperto la comodità dei privilegi, degli stipendi, delle poltrone. Dalla lotta al privilegio alla poltrona garantita il passo è stato breve. Nessuna vera proposta per l’autonomia, per la dignità del lavoro, o per la difesa della Sicilia. Solo silenzi, assenze e voti inutili.


Conclusione: il vero problema non è cosa hanno studiato, ma cosa hanno imparato. La risposta è: niente.
Parlano di popolo ma lo disprezzano, usano le parole ma non conoscono il loro peso.
E allora il popolo, se vuole farsi rispettare, deve parlare la sua vera lingua: quella della protesta intelligente. Presentatevi in massa ai seggi, e rifiutate la scheda. Un 51% di rifiuti e la loro maschera cade.
Solo allora, forse, cominceranno ad ascoltare.

Perché chi non capisce la lingua del popolo, deve tornare sui banchi.

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